la fine del femminismo politico (in Italia)

il femminismo italiano è legato alla bertucce contestatarie degli anni 70. quasi tutte di sinistra rossa ma qualcuna anche nera e cattolica e persino libbberale.

con la fine dei partiti tradizionali rossi, la sinistra radicale ridotta intorno al 5% e sempre più sputtanata, i rossi nel PD esautorati da renzi

e, soprattutto, la fine del sultano Berlusconi e con essa l’arma del perbenismo sessuofobico e anti-cafone (che quest’ultimo forse non è un male, dato il livello di cafonaggine di questo Paese!)

le vecchie befane sono ridotte ai loro circoli noiosi e parolai
e a reclamare piccoli incentivi pubblici tra cattedre universitarie (ma possiamo permetterci di finanziare “corsi di genere” invece di facoltà di ingegneria, chimica e medicina?), qualche poltroncina politica in concorrenza con le lady like e i fondi per le case delle donne maltrattate in concorrenza con i preti (chissà quale gonna preferiranno i nostri politici).

alcune tematiche “maschili” sono entrate nel sentire comune, su tutte i padri separati che ormai godono della comprensione del popolo e dei media, di welfare regionali in tutto il nord italia (speriamo presto anche nel Sud!) e di miriadi di associazione laiche e soprattutto cattoliche.

il passaggio dal femminismo, con la rivendicazione SOLO pro donne alle teorie del gender, con la smobilitazione della società e della culturale tradizionale/patriarcale
è un problema diverso e riguarda solo in misura minore gli uomini rispetto al femminismo politico.
se infatti quest’ultimmo attaccava il maschile, il primo attacca i ruoli femminili/maschili. quindi chi è a favore esclusivamente della società tradizionale ci vede un nuovo nemico, se non peggiore,
ma chi è a favore degli uomini non ci vede necessariamente un nemico.

quel che tocca fare ora è continuare in una rivendicazione, punto per punto, delle esigenze degli uomini (non di un archetipo maschile ma degli uomini in carne e ossa) quindi chiedendo quei mutamente di legge necessari per una società più giusta e soprattutto incrementando l’indipendenza caratteriale/culturale dei singoli uomini dalle “dipendenze” (prima tra tutte quella sessuale)
e sperare in un deciso miglioramento della situazione lavorativa perchè, se vero che la donna lavoratrice in parte scompiglia la società patriarcale (ma la donna nelle società contadini lavorava!! la donna casalinga è un lusso della prima società borghese e benestante), è ancor di più vero che un uomo che non è in grado di mantenere se stesso e una famiglia con un lavoro viene malvisto dalla società (e da se stesso).

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