il capi-comunismo di Loretta Napoleoni

da avantionline

Il “capi-comunismo”,
nuovo “sol dell’avvenire” Pubblicato il 13-02-2015

In questi ultimi anni, in coincidenza con l’approfondirsi ed il diffondersi degli effetti negativi della crisi economica, stanno “imperversando” i libri di Loretta Napoleoni, il cui scopo, oltre a formulare giudizi negativi irreversibili nei confronti del pensiero economico e politico dell’Occidente, sembra unicamente volto a suggerire ai Paesi occidentali l’adozione del modello di organizzazione economica e politica della Cina, che la Napoleoni denomina “capi-comunismo”, un “mix” di capitalismo e di comunismo, proposto come modello “meglio equipaggiato per sfruttare sia le fasi ascendenti che quelle discendenti dell’economia globalizzata”.

Il modello è proposto per la sua presunta superiorità, rispetto sia al capitalismo che al comunismo accentratore (leninista-stalinista), nella soluzione delle difficoltà che affliggono le economie ancora propense ad affidarsi ai principi del libero mercato ed a quelli della democrazia politica; le virtù taumaturgiche del modello sono esemplarmente esposte nell’“Introduzione” al libro che la Napoleoni ha intitolato: “Maonomics. L’amara medicina cinese contro gli scandali della nostra economia”.

Il modello di organizzazione economica e politica della Cina è quello dal quale tutti dovrebbero trarre ispirazione per il governo delle economie e delle società moderne; ciò perché, la metamorfosi del sistema cinese non è ascrivibile solo al campo dell’economia, in considerazione del fatto che essa è strettamente connessa alle riforme sociali e politiche successive al periodo in cui la Cina è stata guidata dal “grande timoniere” Mao Zedong. La Cina, dopo Deng Xiaoping, si è impegnata nella creazione di un nuovo modello di società; e sebbene tale modello sia stato realizzato senza un’organizzazione politica democratica, esso però, essendo stato molto distante dal totalitarismo maoista, ha consentito di guardare ad un futuro della società che risultasse economicamente stabile e politicamente bene ordinata.

Secondo la Napoleoni, la “genesi della senilità dell’Occidente è la stessa del rinascimento socio-economico cinese”: Al termine degli anni Ottanta, la fine della Guerra fredda e l’avvento definitivo della globalizzazione, che per l’Occidente avrebbe segnato la fine del suo primato economico, coinciderebbe invece per la Cina, pur priva di un’organizzazione politica democratica, con l’avvento della sua candidatura alla guida dell’economia globalizzata.

Dopo la fine della Guerra fredda, infatti, i cinesi non avrebbero domandato maggior democrazia, ma un livello di benessere identico a quello proprio delle economie occidentali; in altri termini, i cinesi non avrebbero sognato la libertà politica, ma quella economica. Qui starebbero le peculiarità della metamorfosi della Cina rispetto, per esempio, a quella degli altri Paesi comunisti dell’Est europeo, dopo il crollo del Muro di Berlino. Questi ultimi Paesi, coltivando l’idea che bastasse importare la democrazia per assicurarsi più alti livelli di benessere, avrebbero commesso l’errore di pensare di poter ottenere il miglioramento delle condizioni economiche solo con “un cambio di paradigma politico”; insomma, secondo la Napoleoni, a differenza della Cina, nessuno dei Paesi orfani del socialismo reale avrebbe capito che per conseguire il miglioramento delle condizioni economiche occorreva la forza del profitto.

L’errore dei governanti di tali Paesi, perciò, sarebbe stato quello di rimuovere il profitto dall’organizzazione dell’attività economica, a causa di un’errata interpretazione della teoria marxiana, considerata da coloro che hanno edificato il socialismo reale come una dottrina politica e non una teoria economica, quale essa era in realtà. Infatti, a differenza dei gestori del socialismo reale, i cinesi sarebbero riusciti “a creare una forma di dittatura del proletariato che funziona, che evolve”, garantendo progresso e benessere meglio di altri sistemi politici, come confermano i dati concernenti la metamorfosi delle sua economia dopo la scomparsa di Mao Zedong.

Per la Napoleoni non avrebbe alcuna importanza il fatto che i progressi economici della Cina siano stati ottenuti senza un’organizzazione politica democratica; il rimprovero rivolto al grande Paese asiatico di non essersi aperto alla democrazia politica sarebbe la conseguenza di un “equivoco concettuale”, che non avrebbe consentito al pensiero critico di considerare che per i cinesi la parola democrazia è “sinonimo di uguaglianza economica, e cioè pari opportunità di crescita, qualcosa che negli ultimi vent’anni una grossa fetta della popolazione cinese ha ottenuto”.

Ciò che per i Paesi occidentali di antica democrazia è un’assurdità, ovvero il capi-comunismo, per la Cina sarebbe un “dato di fatto” sancito da Karl Marx, del quale i cinesi avrebbero letto e interpretato correttamente “Il Capitale”, comprendendo che esso non era altro che un’analisi dello sviluppo del capitalismo, del quale lo stesso Marx non avrebbe mai inteso distruggere il sistema di produzione, ma solo sottolineare la “necessità storica di sostituirne la guida con la dittatura del proletariato per poi arrivare al capolinea di questa evoluzione: la società senza classi”. È questa, per la Napoleoni, la corretta lettura di Marx idonea a fare comprendere l’evoluzione della società cinese, una lettura che avrebbe consentito a tutti i cinesi di arricchirsi e di eliminare ogni differenza di classe.

Per risolvere la crisi nella quale si dibatte da anni l’intero mondo occidentale, i governanti dei Paesi che lo compongono avrebbero perciò bisogno di una rilettura della teoria marxiana in salsa cinese; ciò perché la “via cinese” alla crescita e allo sviluppo si rivelerebbe “una lente potentissima per analizzare la società e il capitalismo occidentale”, che potrebbe aiutare a correggere gli errori che i Paesi occidentali hanno commesso negli ultimi vent’anni”.

Nessuno mette in dubbio il fatto che Marx abbia considerato il profitto e le sue leggi come una necessità logica sottostante l’accumulazione del capitale nel sistema capitalistico; ma l’interpretazione “alle vongole” del profitto inteso in senso marxiano offerta dalla Napoleoni appartiene solo alla sua “prolifica” fantasia. A parte la critica che lo stesso Marx ha formulato riguardo a tale logica, per gli effetti indesiderati da essa provocati sulla struttura dei rapporti sociali, occorre tenere presente che, sempre a suo parere, il capitalismo è minato da alcune fondamentali contraddizioni interne, destinate a determinarne la caduta.

La più importante di tali contraddizioni è la legge della caduta tendenziale del saggio medio di profitto; per quanto possano esistere fattori antagonisti di questa legge, che hanno l’effetto di trasformarla in semplice tendenza, gli stessi fattori sono però all’origine della creazione di un “esercito industriale di riserva”, costituito unicamente da disoccupati, dell’appiattimento dei livelli salariali al minimo di sopravvivenza e del continuo succedersi di crisi cicliche. Fatti, questi, che hanno portato Marx a riconoscere, si, al capitalismo la straordinaria funzione storica che ha avuto nell’espandere le forze produttive; ma anche ad identificare in esso un contrasto insanabile tra la funzione sociale del capitale e le conseguenze negative di un’accumulazione privata senza limiti sulle struttura dei rapporti sociali. Questa situazione è stata sufficiente a spingere Marx a considerare la società capitalista un punto di transizione verso una società altra da quella propria del capitalismo, del tutto irriconducibile a quella realizzabile col capi-comunismo proposto da Loretta Napoleoni.

Se è vero che con il metodo istituzionalizzato dagli eredi del pensiero marxiano (lotta di classe e dittatura del proletariato), non è possibile realizzare la transizione verso questa società “altra”, la tradizione del riformismo democratico dell’Occidente ha consentito e continua a consentire che i fattori antagonisti della legge della caduta tendenziale del saggio medio di profitto siano di continuo depotenziati, per garantire ulteriori miglioramenti nei livelli di benessere, in condizioni di pace sociale. Ciò, in prospettiva, è fortemente improbabile possa verificarsi in Cina; nel medio-lungo periodo, sino a quando non sarà adottata un’organizzazione politica democratica, per contestare le conseguenze indesiderate del capi-comunismo, ai cinesi non resterà che la scorciatoia della protesta in Piazza Tienanmen, al prezzo di dure repressioni che li riconducano al silenzio. Se così stanno le cose, si può lasciare alla Napoleoni che sia lei stessa a fruire della sua proposta, convincendosi dell’opportunità di trasferirsi in qualcuna delle dinamiche città cinesi, dove possa vivere, senza libertà di critica, all’interno del “laboratorio del futuro”, sia pure con la mascherina alla bocca per difendersi dai gas tossici liberati nell’atmosfera dalla innumerevoli attività produttive che, lavorando giorno e notte, sarebbero impegnate a “dar forma alla modernità”.

Gianfranco Sabattini

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